Anna Politkovskaja. Foto tratta da casadonnemilano.it

Nel romanzo di John le Carré a cui dà il titolo, la Casa Russia è un edificio in mattoni rossi in Victoria Street, a Londra. Al primo piano vi è l’ufficio di Ned, ed è lì che comincia lo strano incontro, un po’ interrogatorio e un po’ colloquio “di lavoro”, di alcuni tra i migliori agenti dei Servizi Segreti britannici con Barley Blair. Colloquio che segue l’arrivo di un misterioso manoscritto (che contiene un messaggio di estrema importanza per l’intera umanità) e che precede lo sviluppo di tutta la vicenda al centro del romanzo. Roba di spie, insomma.

Ma con l’espressione “casa Russia” si può anche cercare di definire quel particolare modo con cui l’Occidente ha sempre guardato alla Russia. A volte con un senso di fascinazione completa, e a volte con la certezza di avere di fronte un Titano da cui prendere le distanze. Sempre, però, alla base di questo rapporto c’è stato un reale interesse. Culturale o ideale.

Per un occidentale è impossibile pensare alla moderna letteratura, finalmente capace di guardare senza menzogna nell’animo dell’uomo, e non pensare a Dostoevskij e a Tolstoj. Due giganti che hanno saputo raccontare l’Esistenza da punti di vista diversi ma senza i quali noi saremmo stati privati di quel senso di unità del tutto capace di comprendere e persino di cogliere l’essenza di questo nostro stare nel mondo. E ovviamente, accanto a loro ci sono almeno Gogol e Cechov con i suoi straordinari racconti.

In altro ambito la Russia è diventata il luogo dell’Utopia sempre inseguita. La rivoluzione del 1917, e poi l’instaurazione del regime sovietico, sembravano aver dato la necessaria risposta ai bisogni di una larga fetta dell’umanità che con il Socialismo pensava di poter diventare finalmente protagonista della propria storia.

E nell’immaginario occidentale così è stato, fino almeno alle repressioni sovietiche della rivoluzione ungherese nell’autunno del 1956 e della primavera di Praga nell’estate del 1968 . E quelle sono state date dirimenti. Qualcosa ha cominciato a venire alla luce su quale fosse o non fosse l’idea che di libertà aveva il potere sovietico. Per scoprire almeno un po’ verità ci sono volute prima le denunce di molti intellettuali (inizialmente inascoltate – quando non decisamente contrastate – dai vari partiti comunisti europei), poi la pubblicazione in Italia, nel maggio del 1974, dello sterminato libro Arcipelago Gulag di Aleksàndr Solzenicyn. E tra queste date il lavoro difficile del PCI di Enrico Berlinguer per sottrarsi definitivamente al legame con il PCUS.

Tutta quella immane tragedia che ha mostrato al mondo, senza più nessuna possibilità di fraintendimento, il volto della tirannia sovietica sembrava aver trovato la sua conclusione definitiva (e, per molti, la propria redenzione) negli anni tra il 1988 e il 1991 quando parole come glástnost e perestrojka sono entrate nell’uso comune non solo per il loro significato letterale ma per lo spirito che recavano con sé. Chiarezza, trasparenza, ricostruzione come basi per un mondo nuovo e diverso. E Michail Gorbačëv era considerato il profeta di questo rinnovamento.

Come si vede, alla base di questo altalenante rapporto tra ciò che attrae e ciò che respinge c’è sempre stata un’idea. Un ideale magari poi tradito nella concretezza del reale. Una tensione, magari poi bloccata. Un desiderio, magari poi disilluso. Un’utopia, magari poi uccisa.

Ma ciò che inquieta nella vicenda che tocca l’Italia in questi giorni, e che riguarda (forse?) la definizione di un nuovo rapporto con la “casa Russia”, è la difficoltà nel comprendere su quale desiderio, su quale ideale, su quale prospettiva anche di semplice scambio (culturale? economico? valoriale?) si voglia costruire questo rapporto. E, assegnate in maniera definitiva al giudizio storico le motivazioni che hanno guidato le fascinazioni – poi interrotte più o meno in malo modo – per i bolscevichi e per Stalin e i suoi successori, e poi per Gorbačëv e per le sue belle idee, la domanda oggi è: perché affascina questa Russia?

Anna Politkovskaja non nega i toni ammirati con cui in Occidente, già dal 2000, si parlava di Vladimir Putin (che cresciuto in epoca sovietica è stato tenente colonnello del KGB). E leggere i libri di Politkovskaja oggi pone qualche perplessità. Perplessità ma, soprattutto, inquietudine. E se poi, per rilassarsi un po’, si riprende la lettura del romanzo di John le Carré l’inquietudine aumenta quando ci si imbatte in questa breve descrizione: “Jumbo Oliphant, direttore della Lupus Book. Scozzese, segretamente fascista. Ai vertici della massoneria. A quanto pare, ha rapporti privilegiati con i sovietici”.

Fino a qualche anno fa essere fascista (anche se segretamente) e avere rapporti con i sovietici poteva sembrare, ai puristi delle ideologie, una contraddizione in termini. Oggi non più. Come del resto non lo era stata nell’agosto del 1939 quando Molotov e Ribbentrop firmarono quel patto scellerato di non aggressione tra nazisti e sovietici. Quindi niente meraviglia per quello che accade. Ma inquietudine sì.