Per almeno tre o quattro motivi il libro di Ermanno Rea L’ultima lezione. La solitudine di Federico Caffè scomparso e mai più ritrovato (Einaudi 1992, 2000 e 2008; Feltrinelli 2019) è un libro straordinario.

In primo luogo perché straordinario è il suo autore. Si parla di Ermanno Rea e non si può fare a meno di ripensare a quanto sia ancora necessariamente viva quella opzione affezionata al valore civile della Letteratura. Opzione che, ovviamente, richiede impegno. Posizionamento critico e prassi della scrittura.

In questo Rea è stato sempre un maestro. Un maestro capace di proporre a lettori e a scrittori la lucida scelta di cosa scrivere e di come scriverlo. Si leggono i libri di Rea e si viene portati sotto braccio dalla sua prosa gentile, rasserenata dalla piena consapevolezza di uno stile piano, limpido e dunque generoso perché rispettoso di una sintassi ordinata. E in tutto questo c’è tanto rispetto per chi legge.

Si leggono i libri di Rea e si sperimenta che quello stile limpido, di una cortesia amabile, è capace di portarci nel cuore di situazioni e storie dove si fanno i conti con il dubbio, la lacerazione, il sentimento sempre presente della sconfitta.

Straordinario L’ultima lezione lo è perché straordinaria è la figura di Federico Caffè. Grande economista, amatissimo e seguitissimo docente universitario, uomo di grande a appassionata cultura: la musica, la letteratura, il cinema. E passione delle passioni, l’insegnamento universitario. Il rapporto con gli allievi vissuto come una fede.

Si legge la pagina 91 dell’edizione einaudiana del 2008 e si rimane affascinati dalla dedizione assoluta di chi vive ogni giorno “fortemente compreso nel suo ruolo di intellettuale a tempo pieno, di maestro che non dimentica mai, in nessun momento, le sue responsabilità”.

Straordinario il libro di Ermanno Rea lo è perché ci guida tra le pagine della storia del nostro Paese: si racconta di uomini fuori dall’ordinario perché è nella loro storia che noi possiamo ritrovare gli angoli bui o rischiarati della nostra storia. Accadrà anche dopo, nei libri che Rea scriverà. Almeno in Mistero napoletano e in La dismissione. Due capolavori anch’essi.

Ermanno Rea dunque è uno di quegli scrittori che non hanno gli occhi e le parole che girano in tondo intorno al proprio ombelico. Questo gli permette di guardare in faccia alle cose dando loro sempre la giusta importanza. Quante pagine bisogna scrivere per raccontare la tragedia di quel periodo nero che è stato il terrorismo? Quante parole ci vogliono per rimarcare a lettere chiare l’assurdità dell’uccisione di Ezio Tarantelli da parte delle Brigate rosse?

A Ermanno Rea ne bastano poche. Il gentile Rea fa parlare la vita di Federico Caffè. Le sue idee economiche, la sua formazione keynesiana, il suo sguardo critico verso ogni forma di neoliberismo. L’idea che anche un solo disoccupato è una ferita aperta per un intero Paese. E che su un’economia che ignori l’idea stessa di solidarietà, si legge a pagina 34, non si costruisce nulla, o meglio si costruiscono soltanto mostri.

Un libro straordinario, L’ultima lezione, per i dubbi che semina. Perché le Brigate rosse hanno ucciso Ezio Tarantelli? Un uomo di sinistra. Un riformista. Un economista allievo di Federico Caffè, con tutto quello che comportava in termini di concezione dell’economia. La risposta è forse incisa nel cippo che ne ricorda l’uccisione: “l’utopia dei deboli è la paura dei forti”.

E perché all’alba del 15 aprile 1987, a pochi anni dal suo collocamento a riposo, Federico Caffè, l’economista che in nome dell’urgenza del presente teorizza e auspica uno Stato più presente e solidale, il docente amatissimo dai suoi studenti, l’uomo coltissimo, scompare senza lasciare più traccia di sé? Qual è stata la sua scelta: ammazzarsi o, altra ipotesi affascinante, ritirarsi in un convento (e in quale?) per starsene da solo con la propria coscienza?

Non so se ci sia una risposta. Non ne trovo. Ma dovunque sia andato e comunque sia andato, Federico Caffè rimane un maestro. Lui con la sua idea di economia e con il suo amore per la musica, per i film muti che da bambino lo affascinavano, per la letteratura che quando è veramente grande ci porta sempre sotto braccio. Per questo mi piace riportare la testimonianza – che io accolgo come un balsamo anche per questo nostro tempo – dell’economista Paolo Leon riportata nel documentario Quel silenzio che ancora ci parla realizzato per la CGIL a vent’anni dalla scomparsa di Caffè (https://www.youtube.com/watch?v=oP8DLekTTHI).

Dunque: prima di iniziare l’esame al giovane studente Paolo Leon, Federico Caffè gli chiede: “Ma, hai letto Thomas Mann?”. Alla risposta affermativa del giovane, il professore riprende: “Ah, allora adesso cominciamo a ragionare”.

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