Come mai Al riesca a vendere i suoi famosi fatburger a prezzi tanto stracciati (e sempre rimasti gli stessi, da tempo immemore) è un mistero per tutti. E come ogni mistero invita alle più strane supposizioni. La più allegra delle quali sostiene che, se quella “probabilmente” non è carne di gatto, sicuramente non è carne di manzo. Non può essere diversamente visto il misero prezzo che costa. E si sa com’è la provincia. Le voci fanno presto a girare. E poi, si dice, in provincia non succede mai nulla. Quindi almeno le insinuazioni sono un diversivo.
 
Ma quando Jake Epping, che di mestiere insegna letteratura a studenti di un corso serale, varca la soglia della dispensa del locale di Al e dopo solo qualche passo si ritrova indietro di decenni (e, sia chiaro, in carne e ossa e non metaforicamente) tutto diventa intellegibile. I fatburger di Al oggi costano tanto poco perché ogni volta lui va a comprarli qualche decennio fa.
 
Il problema che immediatamente il buon professore Jake si pone consiste nel risolvere un dilemma spazio-temporale. E visto che, anche dopo aver sceso i gradini della piccola dispensa lui è sempre nella cittadina di Lisbon Falls, Maine, la domanda giusta da farsi non è dove ma quando.
 
Altro che provincia sonnolenta. Ma quante prospettive può aprire, in una piccola città di provincia, avere la possibilità di tornare indietro nel tempo?
 
La letteratura ha buon gioco nel costruirle tutte, queste prospettive. E Stephen King lo fa, da quel maestro che è, in 22/11/’63. E leggerlo è un’avventura autentica. Pensate, ritornare a quel fatidico giorno di novembre e impedire a Lee Oswald di uccidere JFK.
 
Tutto cambierebbe. Tutto sarebbe cambiato. Il passato, il presente, il futuro. La vita di milioni di persone. In meglio? In peggio? E chi lo sa. Si potrebbe fare la prova, e se il presente non ci aggrada tornare ancora una volta indietro e modificarlo cambiando il passato. Giochi della letteratura. Belli, ma giochi.
 
Poi capitano tra le mani i libri di un brillante fisico teorico che si chiama Brian Greene. E quei libri si intitolano L’universo elegante. Superstringhe, dimensioni nascoste e la ricerca della teoria ultima e La trama del cosmo. Spazio, tempo, realtà.
 
Capita allora di confondersi perché sembra di capire che qualche atomo (o filo) di possibilità di saltare nel tempo possa anche esserci. E corroborata nientemeno che dalla fisica teorica. Certo bisognerebbe prima destreggiarsi tra Democrito e Planck, tra Einstein e Witten e lo stesso Greene. E fare i conti con stringhe, quanti, universi in fuga, oscure predizioni. E qui, pure se presi da grande fascinazione, si rischia di perdere la testa.
 
Allora, fuggendo da sofisticatissime teorie fisiche che si vorrebbe riuscire a capire nel dettaglio, si cerca ancora una volta aiuto e conforto nella letteratura. Ma ormai il danno è fatto e non si è del tutto capaci (o desiderosi) di abbandonare del tutto quell’universo – che poi non è uno ma sono tanti e pure paralleli, se si va a guardare bene – e allora si ripiega su qualcuno che nei suoi libri già ci aveva proiettati in dimensioni simili.
 
Ovvio che il nome è uno e uno solo. Se si legge Valis del grande Philip K. Dick dopo avere spulciato le pagine di Greene non si è più tanto disposti a leggerlo come il libro di uno che si è bruciato il cervello in decenni di droga o come le psichedeliche visioni di un matto. Altro che matto. Altro che cervello bruciato.
 
Valis è l’immersione in uno spazio-tempo costruito su importantissime letture e su speculazioni che portano fino all’ossessione della teologia. Se si è disposti a fare questo viaggio (come si diceva una volta, trip?) si entra per la porta principale nella dirompente capacità che la letteratura ha di scardinare ogni dimensione tradizionalmente percepita, ogni cornice che chiude e mette ordine e costringe lo sguardo verso un unico punto di fuga.
 
Una voce narrante (l’autore? Il narratore?) ci racconta il momento preciso in cui Horselover Fat ha cominciato a scivolare nella pazzia. Ma poi (l’autore? Il narratore?) ci avverte: Io sono Horselover Fat, e sto scrivendo in terza persona per amore di obiettività. E qualche riga più in là ci spiega che lui è uno scrittore di fantascienza.
 
Ovvio che allora noi, ormai poveri lettori, ci chiediamo con chi abbiamo a che fare, in questo vortice di persone. E dovremmo fare una cosa in realtà semplicissima: convincerci che Philip K. Dick gioca a suo piacimento con le teorie narratologiche o semiotiche di autore, narratore, personaggio. E da qui in poi diventa difficile destreggiarsi tra gli “io”, i “lui” e i “noi” che si accavallano e che creano tante di quelle voci che ormai ci rifiutiamo di condurre a unità.
 
Del resto, veniamo a sapere che Horselover Fat sta componendo una sua sterminata esegesi. E poi discetta di tempo tramutato in spazio. E lo fa citando il Parsifal di Wagner. Ragiona di materia plasmabile dalla mente. Ritorna costantemente alla filosofia dei presocratici.
 
Si pone persino il grande dilemma teodiceo si Deus est, unde malum? e si dà una risposta affermando di essere in contatto con un dio che lui vuole assolutamente buono e che, come tale, esiste nelle persone benigne che altro non sono se non micro-forme di Dio.
 
E nel 70 d. C. lui, Horselover Fat, circolava dalla parti di Gerusalemme e magari sperimentava pure tutto il disagio che si poteva sperimentare di fronte alla distruzione del Tempio. Torna indietro alle radici dell’esistenzialismo rimestando nelle pagine del Faust di Goethe e rimanendo per un attimo in riflessione davanti all’incipit del Vangelo di Giovanni “In principio era il Verbo”.
 
Alla fine, cercavamo una verità o solo la gratificazione che la letteratura ci dà regalandoci la possibilità di viaggiare nelle vite e nelle teologie, nei drammi e negli amori, nella pazzia e nel desiderio di conoscenza, nelle filosofie e nelle innumerevoli concezioni del tempo e dello spazio?
 
Qualunque cosa noi possiamo cercare tra Stephen King, Brian Greene e Philip K. Dick, una cosa di sicuro la troviamo. Ancora una volta nelle parole di Horselover Fat (ma chi è costui? Lo si può sapere una volta per tutte?): Il tempo non esiste. Questo è il grande segreto noto ad Apollonio di Tarsia, Paolo di Tarso, Simone Mago, Asclepio, Paracelso, Böhme e Giordano Bruno.

[articolo pubblicato online sul gruppo Facebook Book Advisor, 18 febbraio 2021]